Rothko: l’essenza oltre la forma
Nel 2007 visitai la mostra antologica di Rothko al Palazzo delle Esposizioni.
Nonostante non fossi un'esperta, percepivo chiaramente che quello che stavo osservando non era solo una scelta stilistica: era una necessità.
Quello che mi colpì fu il cambiamento nel linguaggio dell’artista.
I primi lavori erano figurativi, legati a una pittura più tradizionale, dove la forma cercava ancora di raccontare.
Ma col tempo, Rothko inizia a togliere: elimina il dettaglio, dissolve la figura, lascia spazio al colore.
Le sue opere diventano grandi campi monocromi, pieni di vuoto, ma anche pieni di presenza.
Non c’è più nulla “da capire”.
C’è solo da restare davanti a quei rossi, quei gialli, quei neri profondi.
Sentirli. Respirarli. Lasciarsi cambiare dallo spazio che aprono dentro.
Per Rothko, ad un certo punto, la pittura non è più rappresentazione, ma esperienza.
Diceva che l’arte doveva essere “intima e silenziosa”, capace di generare una risposta emotiva pura, senza mediazioni.
E più toglieva, più arrivava vicino all’essenziale.
Ed è qui che nasce, per me, il legame con il pensiero taoista e con la Medicina Cinese.
Nel Tao, si dice che la via della saggezza non è nell’aggiungere, ma nel togliere.
Togliere il superfluo, per lasciare spazio all’essenza.
Anche in Medicina Cinese, il lavoro non è “aggiustare” qualcosa, ma creare le condizioni perché ciò che è già presente possa fluire in equilibrio.
Come davanti a un’opera di Rothko, anche nel percorso di cura il vero cambiamento avviene nel vuoto, nello spazio pieno di possibilità, nel silenzio in cui qualcosa può finalmente emergere e compiere il proprio mandato.
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#taoismo #essenzialità #spaziinteriori #riflessioni #medicinacinese #trasformazione
#energiaequilibrio #simona_bianchi_medicina_cinese
Nel 2007 visitai la mostra antologica di Rothko al Palazzo delle Esposizioni.
Nonostante non fossi un'esperta, percepivo chiaramente che quello che stavo osservando non era solo una scelta stilistica: era una necessità.
Quello che mi colpì fu il cambiamento nel linguaggio dell’artista.
I primi lavori erano figurativi, legati a una pittura più tradizionale, dove la forma cercava ancora di raccontare.
Ma col tempo, Rothko inizia a togliere: elimina il dettaglio, dissolve la figura, lascia spazio al colore.
Le sue opere diventano grandi campi monocromi, pieni di vuoto, ma anche pieni di presenza.
Non c’è più nulla “da capire”.
C’è solo da restare davanti a quei rossi, quei gialli, quei neri profondi.
Sentirli. Respirarli. Lasciarsi cambiare dallo spazio che aprono dentro.
Per Rothko, ad un certo punto, la pittura non è più rappresentazione, ma esperienza.
Diceva che l’arte doveva essere “intima e silenziosa”, capace di generare una risposta emotiva pura, senza mediazioni.
E più toglieva, più arrivava vicino all’essenziale.
Ed è qui che nasce, per me, il legame con il pensiero taoista e con la Medicina Cinese.
Nel Tao, si dice che la via della saggezza non è nell’aggiungere, ma nel togliere.
Togliere il superfluo, per lasciare spazio all’essenza.
Anche in Medicina Cinese, il lavoro non è “aggiustare” qualcosa, ma creare le condizioni perché ciò che è già presente possa fluire in equilibrio.
Come davanti a un’opera di Rothko, anche nel percorso di cura il vero cambiamento avviene nel vuoto, nello spazio pieno di possibilità, nel silenzio in cui qualcosa può finalmente emergere e compiere il proprio mandato.
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